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dettagli incantati in un pentagramma


Diario


25 giugno 2011

Alba

Avrei voluto anch’io un pezzo di strada da fare in bici.

Respirare un attimo di più la serenità malinconica di Bologna che si sveglia, prima di salutare il praghese che puntuale m'aspetta con la sua fisarmonica in mano e sprofondare nel cuscino.

I tagli di luce che creano le vie strette di questa città aiutano i colori, credo. Quelli di Frida Kahlo sono perlopiù i colori di una natura sudamericana e ricchissima. Ocra e bordeaux sono i muri e i tetti di questa città così timida e così forte, sono le foglie che muoiono lentamente in autunno creando tappeti pieni di vita. L'ocra è un giallo umile, contagiato e sporco. Il bordeaux ha l'energia del rosso e il calore del viola.

Perderei ore a filosofare sui colori.

Ho scoperto perché il viola porta sfiga in teatro. C’entrano i preti, o meglio i vescovi.

C’entrano quasi sempre i preti, in questo triste bel paese.

Ho di nuovo voglia di quel silenzio. Che cammini sotto il portico e senti i passi leggermente scoordinati, che è sufficiente parlare sottovoce. Quando è un dovere parlare sottovoce per non interrompere l’incanto che dura poco.

C’è così tanto silenzio che hai il tempo di accorgerti di quell’attimo di freddo intensissimo che quasi mi bloccava la lingua in gola. Sbalzi di temperatura a cui non sono più abituata, avvolta dal caldo afoso che non risparmia nessuno nelle lente giornate di quasi luglio.

Quanta calma.

Per parlare del futuro, forse, è necessario partire dal passato. E’ questione di coerenza. Ogni gesto, anche ogni cambio repentino, viene da lì. Viene dal presente che poi diventa passato, e che prima era futuro e tu non ti sei neanche accorta che s’è già srotolato nel tempo. Chissà cosa stavi facendo, forse eri già pronta a progettare un nuovo traguardo predisposto, concepito, pensato e ricamato su migliaia di inutili punti interrogativi che non ti decidi mai a raddrizzare.

Poi fa lo stesso. Avrei solo voluto una bicicletta per ricordarmi di quanto siano slabbrate le vie in questo centro storico così famigliare. Avrei voluto solo ricordarmi di fare qualche domanda ad un’alba silenziosa dalle tonalità quasi fredde che non salutavo da un po’.

Aspetta, aspetta. Ora mi vien da ridere. Dev’essere l’abisso di racconti ancora inesplorati.

Oppure la tensione che spinge come una contrazione per uscire e ricordarmi che sta sera sarò su un palcoscenico col pavimento in legno.

Buio. Luce. Si va in scena.

 




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11 dicembre 2009

Tracce perdute

Avevo un pentagramma. Un feticcio, forse.
Note perdute in un locale che nemmeno mi entusiasma.

Qui i colori son vestiti abbandonati sopra sedie e scrivanie.
Le regolarità sono solo immagini e ricordi stampati sulla parete fino a formare aloni nel tempo che passa.
QUell'alone che ad un certo punto ti ricorda che il tempo è passato e tu non te ne sei nemmeno accorta.
Forse dormivi, oppure eri impegnata a trascinarti nella corrente di pensieri che poi, come i torrenti, si disperdono in laghi artificiali lasciando morire la loro energia.

Ti trovi a guardare i punti fissi e ti accorgi che poi così fissi non erano, che si cambia senza bisogno di andare lontano, la vicinanza con se stessi allontana dal punto di partenza.
Le fotografie cambiano luce nel tempo, oppure ci siamo talmente abituati a queste lampadine che s'accendono lentamente che i sorrisi improvvisi ci paiono un ricordo lontano.
Ho quasi voglia di natale. Odiosamente voglia del natale che il 25 ti alzi con l'adrenalina e per un giorno si è felici nel sentire uno spiraglio si serenità negli altri.
Ho quasi paura. Una paura che va affrontata perchè non tutto al mondo si può evitare con la faccia come il culo.
Questo vuoto mi distrugge, non saper trovare le parole per chiarirmi i pensieri. Faticare a tenere gli oggetti di desideri bramati nella mano per una razionalità angosciante che si tramuta in niente.

Dormire con l'ansia.
Essere felice e aver paura di tuffarsi nel dolore.
Quel dolore che capita sempre agli altri.
Finché non capita a te.
E quando capita a te temi l'amore degli altri, temi i tuoi sogni, temi le parole.
E' come se la realtà fosse penetrata dentro di te e tu non te ne fossi neanche accorta. Sei troppo grande, adesso, per lasciare che siano altri ad occuparsene.

L'uomo inizia a credere in dio quando non è capace di spiegare. E qui, di dei, ne servirebbero da far invidia all'Olimpo.




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24 novembre 2009

Ri-cercando la felicità

Migliorano le qualità e la vita di una persona in una società in cui è più importante produrre cose che costruire relazioni umane?
Se i vecchi non venissero ricoverati negli ospizi e rimanessero in famiglia, i giovani dovrebbero dedicare ad essi una parte del loro tempo, sottraendola al tempo che possono dedicare alla produzione di merci.
Dovrebbero, cioè, svolgere un'attività che non comporta transizioni di denaro e, quindi, non fa crescere il prodotto interno lordo, riducendo il tempo che possono dedicare a un'attività che lo fa crescere.
Ma non è tutto, perchè se  i vecchi restano a casa possono, per esempio, dedicare il loro tempo ai nipoti quando i loro genitori sono al lavoro, fornendo gratuitamente lo stesso servizio di assistenza  che viene fornito a pagamento negli asili nido.
I vecchi si sentirebbero utili e sarebbero più felici, i bambini piccoli avrebbero esclusivamente per sé l'attenzione di adulti uniti a loro da legami si sangue e sarebbero più felici, ma la crescita riceverebbe un colpo di forbice.
Se, invece, i giovani possono dedicare tutto il loro tempo a produrre merci, il prodotto interno lordo cresce di più, "l'economia corre", il paese è più ricco. [...]
Si può considerare questo cambiamento un progresso? Nelle società fondate sulla crescita deve essere considerato un progresso.
Per far credere che affidare l'assistenza allo Stato sia un progresso, basta far credere che i vecchi siano un peso e questo non è difficile perchè, in una società fondata sul valore delle innovazioni, ciò che s'impara nel corso della vita non serve più a nulla nell'arco di una generazione.
Percui non ha più senso affidare ai vecchi il ruolo della trasmissione intergenerazionale del sapere.
[...]
Le famiglie allargate costituiscono un freno alla crescita della produzione e del consumo di merci perchè sono in grado di realizzare al loro interno forme significative di autoproduzione e scambi non mercantili sia di beni che di servizi. Un sistema fondato sulla crescita del prodotto interno lordo ha bisogno di famiglia mononucleari chiuse nelle loro nicchie dei formicai condominiali. Il massimo sono le famiglie mononucleari urbane in cui entrambi i genitori svolgono lavori salariati, non solo per il duplice apporto che esse forniscono all'offerta e alla domanda di merci, ma anche perchè il tempo dedicato al ruolo di produttori-consumatori impedisce ai due adulti di dedicarne ai propri figli, obbligandoli a comprare dei servizi sostiutivi.
Ma la vita dei genitori migliora se invece di accompagnare i figli alla scoperta del mondo, passano con loro solo la parte finale di giornate faticose, tra la cena da preparare e le palpebre che si fanno pesanti?
Migliora la vita dei figli se i genitori, invece di stare serenamente con loro, dopo una giornata spesa a produrre merci, sono troppo stanchi e nervosi per trattarli con l'attenzione che richiedono e meritano?

(Da: Maurizio Pallante, "La decrescita felice - la qualità della vita non dipende dal Pil". ed. per la decrescita felice )




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11 novembre 2009

Sterile

Lo sento, il tuo odore. Quando ti muovi, i tuoi capelli o una maglietta già indossata. La tua stanza. Certi momenti che passano tra le narici, ricordi concentrati in essenze lasciate libere di volare tra le foglie autunnali, per colpire quando meno te l'aspetti.
Quello sguardo, quella ruga d'espressione che potrei ritrovare a migliaia di kilometri di distanza e collegarla ad un momento.
Non potersi nascondere, nonostante tu sia sempre stata la persona che scappa di più al mondo. Dalle rivelazioni, s'intende.

Un tumulto d'emozioni che rimbombano nelle sfere buie della protezione. Un rimbombo talmente forte che non si può ignorare. Così vicino al cuore da dettare i battiti dell'esistenza.
Un'impressione talmente limpida nella mente che raccoglie anche le lontane periferie illuminate a gasolio del cervello.

Quindici centimetri di profondià fisica posso far nascere altre dimensioni mai scovate dalla scienza, tanto da doversi rivelare come lacrime, sudore, brividi.

Mi dispiace, non ci credo. Non credo all'innamoramento continuo. Non credo che certe emozioni possano succedersi accavallandosi come gradini di una casa diroccata.
Almeno che la casa, diroccata, non ci nasca.
Almeno che non abbia mai vissuto un giorno di felicità, almeno che non abbia mai accolto con il calore d'inverno la serenità di chi l'abitava.

C'è chi, coi lego, costruisce una casetta senza finestre. C'è chi rende dignità al miglior monumento mai innalzato in secoli di storia.
Attenzione. Solo questione d'osservazione.

Ho sensi sviluppati. Una rosa rossa vorresti mangiarla per la consistenza d'olfatto che trasmette. Una rosa bianca sembra respingerti, come ci fosse un patto tra l'odore e le spine.
Ipermetrope.

Presunta e consapevole superiorità costantemente atterrita da troppa umiltà culturale.

Eppure io, il bisogno di affetto, non lo capisco.
Non è una carezza qualunque a darmi conforto. Non è affetto, sono meccanismi di comune "dover fare".Volersi immaginare qualcosa che non c'è, perchè non si ha la forza di cercare la realtà.
Di ascoltare la realtà.

Ho sensi troppo sviluppati.
Toccare una superificie levigata e gentile, perquanto tortuosa e rovente, può farmi raggiungere l'orgasmo. Metaforicamente e meno.
Inciampare in labbra appiccicose e in mani che trasmettono freddezza, sterilismo; soffermarmi e costringermi ad erogare calore che non si trasferisce naturalmente, mi irrita.
Corpo, mente e sangue sempre troppo attenti e alla ricerca di percepire qualcosa d'entusiasmante.
L'affetto si dona, poi si riceve. Non esiste affetto egoista.
Non sarei capace di chiamarlo affetto.

Per questo si salvano poche persone, per amor proprio. E una dovuta sincerità che ho imparato a rispettare.
Certi gesti hanno valore quando sono sinceri, certi sentimenti sono veri quando non riesci a controllarli. Quando non puoi ragionarci sopra.

Altrimenti si sa, la mediocrità è sempre contenta di accoglierci nel suo pentolone riscaldato di marciume ed idiozia.




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19 agosto 2009

Origami

 

La ragazza sull'autobus, questa mattina, faceva origami.
Era orientale, la borsa piena di fogliettini della dimensione adeguata. Li tirava fuori uno dopo l'altro, muoveva le dita veloci.
Cigni, più che altro, con le ali aperte.
La sua borsa era un lago color petrolio pieno di cigni pronti ma incapaci a spiccare il volo.
Sembrava un gesto nervoso, oppure una meticolosa ricerca di perfezione, come quando non ti viene una sequenza di note e la provi finchè la mano non si muove in automatico.
Oppure era sull'autobus apposta per sbeffeggiare migliaia di occidentali che non sarebbero mai stati capaci di un controllo così fermo e deciso.
Mi sembrava un gesto nervoso, comunque; come quando cerchi di stare calma ma fumi un sigaretta dietro l'altra.
Io ora ingurgito fagolosi, che la sigaretta l'ho giù fumata e tanto non ho intenzione di dimagrire.
Pare che a dimagrire cali anche il cervello. Oltre che le tette, sempre per prime, tra l'altro.
Le persone non stanno mai abbastanza attente alle parole.
Rimpianto e depressione non sono la stessa cosa.
Bisogna essere abili per cercare amore al proprio interno, sapersi riconoscere allo specchio, crescere un poco ogni giorno.
Crescere davvero.
Quel che avrei dovuto fare se non fossi stata la Lalla, non lo posso fare perchè Sono la Lalla.
Non m'interessa farlo perchè credo che il rispetto vada oltre un bacio. Volersi bene non è lasciar passare.
Coerenza. Incredibile gesto di amor proprio.
 
Io sono rigida, come i foglietti degli origami che si piegano lasciando spigoli vivi.
D'accordo. Sono fredda come quelle figurine di carta che non potranno mai spandere calore.
Ma ho una profondità di pensiero non comune, senza modestia.
Sono leale.
E qui, gli origami, non c'entrano niente.




permalink | inviato da BambinaPortoghese il 19/8/2009 alle 12:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


19 agosto 2009

Approcci mancati (episodio n*4)

 

 
 
Fermata dell'autobus.
 
Lui: Che caldo anche oggi...
Io: Eh si...
Lui: Dove vai?
Io: A casa...
Lui: Ti ho vista altre volte, non abiti qui in zona?
Io: No, qui ci abita il mio moroso
Lui: Ah! Allora ce l'hai... Volevo farti la proposta...
Io: Mi dispiace...
Lui: Comunque sei una bellissima ragazza eh...
Io: Si, grazie.
 
 




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6 marzo 2009

Quando destra e sinistra si scambiarono le sedi (e non solo)

Mettiamo che io sia politicamente vergine. Mettiamo che non abbia passato gli anni delle superiori in uno scantinato del centro di Bologna le cui pareti dicono: “spazio democratico, non rappresentativo, pubblico, non statale” ad organizzare manifestazioni contro le varie riforme scolastiche. Facciamo finta che, iniziata l'università, non abbia partecipato alle riunioni dei vari collettivi per poi dedurne che alcuni sono solo un cumulo di persone con tristi aspirazioni politiche, altri sono gruppi “contro” senza sapere bene a che cosa, e altri ancora sono una nuvola di parole retrogade e disconnesse dalla realtà che vagano tra le bocche di ragazzi piuttosto affascinanti che di quello fanno la loro arma di seduzione.
E poi mettiamo che domenica sera, causa una leggera insonnia, stessi guardando una trasmissione di rai tre che intervistava giovani polticizzati di destra e sinistra.

Casapound ha aperto una sede a Bologna non molto tempo fa e non molto distante da casa mia. Alle telecamere di questa trasmissione si pone come un ragazzo e una ragazza vittime della propaganda di sinistra che li vorrebbe far passare come fascisti. Lei è animalista, lui addirittura vegetariano... quindi, chiaramente, non possono essere fascisti...?...
Casapound non è un partito. E' un'associazione che si muove in modo terribilmente simile ai centri sociali di sinistra. Anzi, in modo molto più abile e concreto di qualsiasi realtà giovanile di sinistra, almeno a Bologna. Fa azioni concrete, addirittura il taxi rosa... che poi questo taxi rosa serva per salvare le ragazze dagli sporchi immigrati è tutta un'altra storia, chiaramente.

Ma il problema reale è che se io fossi politicamente vergine e non fossi andata sul sito della suddetta associazione a cercare il punto in cui si propone di “sviluppare in maniera organica un progetto ed una struttura politica nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale ed umano che il Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio”; e dall'altra parte mi trovassi i giovani di PD che si propongono alla stessa trasmissione dentro una sede da svariati milioni di euro, tutti in camicia-maglioncino-pantalonestirato, ironizzando tristemente sulla fisicità delle intervistatrici... beh! Non sono proprio sicura che andrei da quest'ultimi.

Potrei parlare dell'abilità vittimista di qualsiasi formazione fascista dal ventennio ad oggi, come saggiamente ha ricordato Luca Alessandrini. Potrei parlare delle ronde e di quanto sia assurdo che un cittadino si arrechi il diritto di sostituirsi allo Stato. O di quanto sia ancora più assurdo che lo Stato stesso glielo consenta. Potrei banalmente dire che la sinistra non esiste più. 
E alla fine, in ogni caso, inizierei a preoccuparmi...


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22 gennaio 2009

Frammento

[...]

Non era nemmeno questione di malinconie irrisolte. Era solo che era fatta così, bene o male non importa.
Indios di montagna ed eccentrica fighetta mancata. Severa ed orgogliosa fino a sudare freddo per poi sciogliersi in lacrime di autocritica riflessione.
Ecco, oggi era uno di quei giorni. Però fuori era freddo, niente sudore e niente lacrime.
Trovava così difficile scrivere, dopo tanto tempo, che le facevano male le falangi. Lo stesso dolore che provava quando tornava sulla tastiera da cinquantatre tasti (più i mezzitoni, s’intende) e spolverava idee sopite.
Ascoltando le note un po’ scordate pensava che era stata più intelligente, in passato.
Meno spaventata. Ma forse avere paura in una qualche misura serve per arrivare dove non si è ancora pestato il terreno. Chissà.
“Conosco” pensava “gente molto più abile di me a sentire i battiti del mio cuore. D’altronde io non riesco nemmeno più a capire quelli degli altri”. Stessero insieme cento anni, non ammetterebbero mai nemmeno la metà della realtà.
Paradossale sentirsi l’unica fra mille, ma non riuscire più a riconoscere quell’unicità quand’essa è diventata lecita. Frustrata, non sapeva nemmeno lei cosa stava cercando, di cos’aveva bisogno. C’era una maschera incompleta sul suo volto. I giornali lasciati a macerare possono creare nuove identità, dopo aver privato di quella reale i protagonisti degli articoli.
Certo, aveva una capacità d’analisi più approfondita rispetto al tempo dei lamponi rubati coi graffi sulla schiena… eppure avevano un sapore così intenso…

Non era nemmeno questione di malinconie irrisolte. Era solo che era capace di ignorare giusto il tempo si russare maldestramente qualche ora, ma poi si attaccava alla vita di Saltatempo e, mentre rideva, pensava quanto fosse uno schifo fuori dalle pagine dell’edizione economica Feltrinelli.
Aveva la bocca secca, ma bere litri d’acqua non sarebbe servito; è che aveva perso talmente tanto il senso ella realtà che mentre lui le diceva “sei la donna della mia vita”, lei aspettava solo “sei una troia da monta”.
C’erano troppi nomignoli che giravano nell’aria e le rimbalzavano nel cervello con una suoneria. L’estetica, come gusto personale, non è una cazzata. È il riflesso di motivazioni mentali profonde, movimenti prescelti degli occhi, istinto che riflette il raziocinio.
Pensava che era stanca di non riuscire ad organizzare un pensiero che portasse ad una soluzione definitiva, maledette umanista! D’altronde una soluzione poteva essere quella di andare a trovare gli abitanti di quei ruderi sotto il lago, farsi ospitare, trasferirsi là sotto.
Una vecchia conoscenza sosteneva che dio esiste ma a qualcuno fa comodo non crederci. Gennario Penna D’Oro, invece, diceva che hai un bel da credere in Dio e Padre Pio quando vivi per strada e ti rubano pure le coperte!
Lei alzava il sopracciglio e credeva. Credeva che, comunque uno la pensasse, qualunque fosse la realtà, era uno schifo. Certo, ci si poteva lavorare su. Nel frattempo le scappava un rutto.




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2 dicembre 2008

RAZIONALITA'

Carmen Consoli ha un che di adolescenziale quando parla sul palco, soprattutto se è accompagnata da testi decennali.
Effetto nostalgia, in molti casi. La gente urla parole che ricordano dolori passati e spesso superati. Poi c’è quella ragazza che conosco di vista, di cui so la storia, che piangeva per un ragazzo che non meriterebbe nemmeno una dedica da una canzone di Laura Pausini.
Lei non sa che lui le ha mentito, e piange lacrime per una persona che non esiste.
Anch’io ho avuto un sorriso di nostalgia su “amore di plastica”, ricordando quando S. s’è presentata da me dicendomi “cantala, secondo me sei più sofferente e incazzata di lei”. Lei che capiva sempre tutto.

Mi chiedo: “Se non fossi stata proprio sotto il microfono della donna che t’ha dato tanta forza avresti avuto la stessa espressione, le stesse parole amare?” Ti ricordi, presa dall’entusiasmo, le sue espressioni tristi?
Le persone cambiano, e la mia paura è che cambino a tempo determinato. Determinate al tempo di una libidine che non decidono loro, falsa presa di coscienza dettata da attenzioni esterne.
Ognuno fa la propria strada, la differenza sarà nell’ascoltare una canzone: chi avrà un sereno sorriso di malinconia per i bei momenti del passato, e chi scoppierà in lacrime per una nostalgia che prende lo stomaco.
“Valevano così poco quei sogni comuni?” questa è la domanda che faresti tu, con tono perentorio, se l’espressione invincibile ce l’avesse qualcun altro.
Non siamo invincibili, non lo siamo mai stati.
Non lo siamo nemmeno quando l’urgenza fisica scavalca la voglia di pensare al dolore.
Mi viene da chiamarla paura. Potrei sussurrare “incoscienza…strafottenza...”
Ci troveremo come Superman vicino alla criptonite. Improvvisamente senza forza, impotenti, doloranti, con un macigno sulle spalle che rischia di schiacciarci.
Il tutto per una presunzione d’immortalità.

Impareremo a non tremare?




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27 ottobre 2008

Un Pentolone Magico

Se fossi una strega, abitassi insieme ad una qualche specie di gufo antipatico tipo Anacleto, e avessi un enorme pentolone di brodaglia verde che bolle sul fuoco; oggi, insieme alle code di lucertola e agli occhi di coccodrillo, ci butterei dentro ogni tipo di delusione amorosa.
Mescolerei velocemente e poi urlerei qualche parola in rima per allontare tutto quel misto di schifezze dalla mia casetta fatiscente.
Ci metterei un po’ di G., che ha scommesso troppo sulla persona sbagliata. E nonostante se ne sia accorto, continua ad essere in crisi d’astinenza da momenti che ha creato solo lui con la falsa convinzione di sentimenti immaginati.
Ci metterei due grammi di M., che continua ad inseguire lo stesso sogno da un anno variando il proprio umore in base ad un cellulare che squilla o meno. Anzi, di M. ce ne vorrebbe anche un po’ di più, per tutti i pianti, le rabbie, le attese, gli insulti che le ho tirato.
Ser
virebbe un po’ di P., quanto basta. Per vedere come sia complicato trovarsi per la prima volta da soli, come sia brutto affrontare gli amici della persona che si è presa in giro. Sbattere contro un muro all’improvviso e rendersi conto che non ci si può sempre comportare male e uscire come buoni.
Vorrei una spruzzatina di E., che quando ha deciso di iniziare a comportarsi così, non si aspettava che il mondo maschile fosse così approfittatore e disgustoso. E ora non è così semplice uscire dal ruolo.
Infine un’abbondante dose di C., che è stata colta dall’euforia ed ha sbagliato. Poi, ad un errore, non è facile rimediare. Non è facile superare le proprie paure per rispettare uno sguardo sincero, ma forse ce ne si accorge solo dopo.

Tutto questo, insieme alle code di lucertola e agli occhi di coccodrillo, andrebbe sotterrato, allontanato, cancellato. Perchè la sensazione che ho ora è d’aver respirato una boccata d’aria negativa ogni volta che ho socchiuso le labbra per dare un conisglio.
Ho creato un tappeto di delusione e disincanto che invade la mia sfera, la offusca.
Vorrei solo una soffiata di tempo e un po’ di essenza di traquillità. Una specie d’elisir di giovinezza, che la smetta di farmi essere la strega che sono diventata.




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-Venite gente vuota, facciamola finita 
voi preti che vendete a tutti un'altra vita 
se c'è come voi dite un Dio nell'infinito
guardatevi nel cuore, l'avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali 
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.-

-Francesco Guccini-



-La dolcezza che incanta e il piacere che uccide-
-Charles Baudelaire-


-Se non sono gigli son pure sempre figli, vittime di questo mondo-
-Fabrizio de Andrè-








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