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BambinaPortoghese
dettagli incantati in un pentagramma


Diario


18 aprile 2008

Guccio

Ci sono persone che non vediamo quasi mai eppure sappiamo che ci sono, che ogni momento passato con loro fa bene alla salute. Sono quelle persone che dopo un po’ che non le vedi ti mancano, sale un formicolio di nostalgia che si placa solo quando ci si incontra.
Ecco. Alcuni cantanti hanno lo stesso effetto.
Non ho mai avuto il periodo Guccini, lo sentivo a otto anni quando la mia canzone preferita era "l’avvelenata" perché c’erano un sacco di parolacce, poi ho imparato ad ascoltarlo ed è entrato nel mio bagaglio culturale.
Non è il poeta distante, inarrivabile. Sarà che da adolescente malinconica gli ho mandato una lettera a cui ha risposto con tono paterno, le sue canzoni mi consolano.
Lo riascolto da un paio di giorni, dopo mesi.
Resto ad ascoltare l’accostamento di parole che scivolano, l’evoluzione dai primi dischi.
Guccini mi consola perché nelle melodie che accompagnano semplicemente testi concentrati di parole che non sgarrano mai, respiro l’aria di Bologna e il vento di quella valle silenziosa tra l’Emilia e la Toscana. C’è un velo di malinconia famigliare nei suoi dischi, frammentata da blocchi di energia pura che cercano di annientarla.
È tutto reale quello che dice, ogni frase è una verità che risulterebbe sommersa in tutte le grandi cose che ogni giorno ci tiriamo dietro. Lui è piccolo e quando parla è di emozioni singolari che prendono tutti e che solo alla fine costruiscono il mondo enorme da cui sentiamo travolgerci. "E un giorno..." e "Culodritto" sono sensazioni che han provato tutti padri e tutte le figlie. Chi non s’è mai ritrovato in “Farewell” o in “Eskimo”? E se ti manca un amico quello che vorresti dirgli è esattamente il contenuto di “Lettera”…ma le sue parole scivolano meglio perché attente a quei piccoli particolari che quando siamo coinvolti cerchiamo di non notare.
Le sue canzoni non sono scritti di Manzoni, sono le favole e gli stornelli raccontati da contadini ignoranti che imparano la Divina Commedia a memoria e poi mettono in rima la loro vita.
Sono i testi che aiutano, proprio come parlare con un amico che non vedi da tanto tempo.


La canzone è una penna e un foglio
così fragili fra queste dita,
è quel che non è, è l’erba voglio
ma può essere complessa come la vita.
La canzone è una vaga farfalla c
he vola via nell’aria leggera,
una macchia azzurra, una rosa gialla,
un respiro di vento la sera,
una lucciola accesa in un prato,
un sospiro fatto di niente
ma qualche volta se ti ha afferrato
ti rimane per sempre in mente
la scrive gente quasi normale
ma con l’anima come un bambino
che ogni tanto si mette le ali
e con le parole gioca a rimpiattino.

La canzone è una stella filante
che qualche volta diventa cometa
una meteora di fuoco bruciante
però impalpabile come la seta.
La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare.

La canzone è una scatola magica
spesso riempita di cose futili
ma se la intessi d’ironia tragica
ti spazza via i ritornelli inutili;
è un manifesto che puoi riempire
con cose e facce da raccontare
esili vite da rivestire
e storie minime da ripagare.
Fatta con sette note essenziali
e quattro accordi cuciti in croce
sopra chitarre più che normali
ed una voce che non è voce
ma con carambola lessicale
può essere un prisma di rifrazione
cristallo e pietra filosofale
svettante in aria come un falcone.

Perché può nascere da un male oscuro
che è difficile diagnosticare
fra il passato appesa e il futuro,
lì presente e pronta a scappare
e la canzone diventa un sasso
lama, martello, una polveriera
che a volte morde e colpisce basso
e a volte sventola come bandiera.
La urli allora un giorno di rabbia
la getti in faccia a chi non ti piace
un grimaldello che apre ogni gabbia
pronta ad irridere chi canta e tace.
Però alla fine è fatta di fumo
veste la stoffa delle illusioni,
nebbie, ricordi, pena, profumo:
son tutto questo le mie canzoni.

[Francesco Guccini - Una canzone]




permalink | inviato da BambinaPortoghese il 18/4/2008 alle 18:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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guardatevi nel cuore, l'avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali 
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco.-

-Francesco Guccini-



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